Stati black list o white list? L’enigma tutto italiano

white-listLa geografia degli Stati white list e black list è stata completamente ridisegnata per effetto delle più recenti iniziative internazionali e della conclusione di moltissimi trattati bilaterali sullo scambio di informazioni. La pressione esercitata dai Paesi politicamente più influenti ha portato alla resa delle giurisdizioni del segreto bancario e si è ormai largamente diffuso a macchia d’olio lo standard della collaborazione amministrativa.

Paesi come Hong Kong, il Principato del Liechtenstein, Monaco, Singapore e la Svizzera (per citarne solo alcuni), hanno concluso con l’Italia accordi che consentono la collaborazione amministrativa tra le autorità tributarie. Mentre ci si avvia alla fase conclusiva della procedura di voluntary disclosure e il governo ne starebbe studiando una tanto attesa e plausibile riapertura, il mutato contesto normativo non risparmia contribuenti e professionisti dalle solite incertezze interpretative. Un sistema super complicato di norme, liste, aggiunte ed eliminazioni che lasciano spazio tanto a intersezioni e sovrapposizioni, quanto a discordanze e incongruenze, finiscono per porre il contribuente innanzi al solito enigma interpretativo: qual è la regola giusta da applicare?

La risposta è semplice: nel dubbio, sempre a favore del fisco.

In mancanza, infatti, arrivano le sanzioni e aumentano i costi per porre rimedio all’errore o all’omissione.

Il rebus delle white list e black list italiane, che malgrado i più recenti aggiornamenti normativi rimane tuttora irrisolto, si origina dalla presenza dei seguenti elementi.

La normativa tributaria conosce ben quattro liste di Paesi virtuosi e non:

  1. Il D.M. 4 maggio 1999, che identifica gli Stati a regime fiscale privilegiato (Stati black list) verso i quali si applica l’inversione dell’onere della prova per quelle persone fisiche che ivi trasferiscono la propria residenza.
  2. Il D.M. 21 novembre 2001, che elenca gli Stati cattivi (ancora Stati black list) nei confronti dei quali si applica la CFC legislation e alcune disposizioni particolari in materia di tassazione di dividendi e plusvalenze estere. Nel 2015 la lista viene aggiornata due volte. Dal 2016 la CFC legislation viene riscritta in modo che la lista non sia più necessaria. L’elenco tuttavia non viene abolito.
  3. Il D.M. 23 gennaio 2002, che include gli Stati cattivi (sempre Stati black list) nei confronti dei quali opera il regime di indeducibilità dei costi. Detto regime viene abrogato dal 2016, ma la lista (che pur non dovrebbe più avere effetti) non viene eliminata.
  4. Il D.M. 4 settembre 1996, che contiene l’elenco degli Stati virtuosi (quindi Stati white list) che rileva ai fini dell’individuazione dei soggetti residenti in Paesi che godono dell’esenzione dall’imposta sostitutiva sugli interessi delle obbligazioni e dei titoli dei cd. “grandi emittenti” di cui al D.Lgs. 239/1996. Con D.M. 9 agosto 2016 tale lista è stata aggiornata.

La Finanziaria 2008 ha introdotto l’art. 168-bis al Testo Unico delle Imposte sui Redditi che ha modificato l’impianto normativo allora in vigore su cui poggiavano le disposizioni anti-paradisi fiscali.

Le norme in questione, infatti, non avrebbero più trovato applicazione nei confronti degli Stati che erano inclusi in una lista nera (Stati black list), ma piuttosto nei confronti di quelli non inclusi in una emananda lista bianca (Stati non white list). La tanto attesa white list dei virtuosi non fu mai emanata e, dunque, continuavano ad applicarsi le vecchie norme secondo la previgente formulazione (i.e. non più “non-white“, ma ancora “black”). Nel settembre 2015 la norma viene sorprendentemente abrogata. In buona sostanza, viene dapprima inserita, si riscrivono le norme in negativo, resta priva di contenuto pratico (salvo quello di tenere allenata la mente dell’operatore che deve interpretare tutte le disposizioni a contrario)e poi viene improvvisamente cancellata.

Per effetto della recente voluntary disclosure e degli accordi internazionali sullo scambio di informazioni, molti dei Paesi tradizionalmente “cattivi” (black) sono finalmente divenuti buoni (white). L’Agenzia delle Entrate può, infatti, ottenere le informazioni di cui ha bisogno per effettuare i dovuti controlli sia grazie al waiver rilasciato dal contribuente in fase di regolarizzazione dei capitali, sia grazie alle disposizioni pattizie. Detto atteggiamento cooperativo, tuttavia, non trova ancora formale riconoscimento in una apposita lista e dunque continuano ad applicarsi le norme anti-paradisi fiscali come se nulla fosse mai accaduto. Questo sembra un esempio della prevalenza della forma sulla sostanza, che di solito viene considerato un’aberrazione. In pratica lo stato che prima era “black“, adesso è “non-black”, ma non ancora “white”. Esistono infatti tante sfumature in mezzo.

Come si diceva, le liste nere continuano ad avere rilevanza ai fini dell’applicazione anti-paradisi fiscali. Ad essi si applica, ad esempio, la presunzione relativa contenuta all’articolo 12, comma 2, del D.L. 79/2009, secondo cui si considerano formati con redditi sottratti a tassazione gli investimenti e le attività finanziarie costituiti o detenuti nei Paesi ivi indicati in violazione del monitoraggio fiscale. Ancora, opera il raddoppio dei termini di decadenza per le violazioni in materia di monitoraggio fiscale e accertamento dei redditi connessi alle attività detenute in questi Stati, oltre che il raddoppio delle sanzioni.

Perché  semplificare il sistema prevedendo un’unica lista chiara, uniforme e aggiornata (black white che sia)? Sarebbe quasi come negare all’interprete la facoltà di perseverare nel dubbio, che rappresenta la stessa essenza del suo essere. Ad esempio, la stessa white list sopra citata deve anche interpretarsi tuttora negativamente per identificare i Paesi non collaborativi ai fini del corretto assolvimento dell’obbligo relativo al monitoraggio fiscale.

Il caso della vicina Svizzera è esemplare dell’enigma in questione. La Confederazione è inclusa nella lista dei cattivi del 1999, è stata eliminata da quella del 2001 ed è stata infine aggiunta di recente alla lista dei buoni del 1996, avendo concluso l’accordo sullo scambio di informazioni. Rimane, però, sempre aperto il problema delle sanzioni da monitoraggio, per le quali a rigor di logica non resta che effettuare il raddoppio, quanto meno perché nel dubbio è sempre più prudente favorire l’interpretazione pro Ufficio.

Sul piano politico, tuttavia, una scelta interpretativa del genere non può essere tollerata. La Svizzera ha dato segno di buona volontà e mantenimento degli impegni internazionalmente assunti. È anche ora che sia l’Italia a rispettare i propri.